#SìCash

#SìCash parte II: Denaro fisico vs denaro virtuale

Vai al capitolo precedente: Parte I. Il denaro.

Il denaro si trasmette e si conserva in due forme: fisica (monete e banconote) e virtuale (assegni, conti correnti, carte di credito e debito ecc.). Se il denaro fisico è un oggetto concreto che rimanda all’dea astratta di un valore di scambio, il suo omologo virtuale è astratto già in essenza: è l’informazione di un valore e della sua titolarità secondo criteri legalmente certificati, l’affermazione di un numero e del suo proprietario (o destinatario): «Tizio possiede (o riceve) x euro».

Il denaro fisico è un oggetto anonimo e seriale. Monete e banconote non riportano altra informazione che il loro valore di scambio, sicché ne è proprietario chi le detiene: è denaro «al portatore». Quello virtuale è invece una scrittura contabile associata a un titolare che esiste solo all’interno di un’infrastruttura elettronica di proprietà degli operatori, sicché chi possiede denaro elettronico non ne è mai anche il detentore. Ne può disporre solo indirettamente in forza di leggi e contratti che obbligano chi lo detiene e lo gestisce in sua vece.

Chi possiede denaro elettronico non ne è mai anche il detentore. Ne può disporre solo indirettamente in forza di leggi e contratti che obbligano chi lo detiene e lo gestisce in sua vece.

Denaro fisico e virtuale coesistono in tutti i Paesi del mondo. A luglio 2017, nelle tasche e nei conti correnti dell’area euro circolavano circa 7.500 miliardi di euro (aggregato M1). Di questi, meno del 15% erano costituiti da denaro fisico. Considerando anche i soldi immobilizzati in conti a termine, obbligazioni e altri strumenti finanziari (aggregato M3), la quota di denaro contante scendeva al 9% del totale.

La cartamoneta circolante in euro vale complessivamente più di mille miliardi di euro. In uno studio di Deutsche Bank basato su dati del 2014 si è stimato che per poco meno di un terzo (300 miliardi) sarebbe utilizzata per pagamenti interni all’area euro, per il 40% come riserva di valore (i «soldi sotto il materasso») e per quasi un quarto circolerebbe al di fuori dell’area euro. I restanti 61 miliardi sarebbero detenuti nei forzieri delle banche.

Utilizzo Quota Importo (mld eur)
Transazioni interne 30% 305
Riserve non bancarie 41% 420
Circolante extra eurozona 23% 230
Riserve bancarie 6% 61

Denaro contante circolante in euro nel 2014 e suo utilizzo (fonte: Deutsche Bank, cit.).

Le proporzioni cambiano se osserviamo i dati sulle transazioni. Nell’eurozona, pur con differenze notevoli tra i diversi paesi, i pagamenti in contanti ammonterebbero mediamente a circa ben il 60% delle transazioni in termini numerici (fonte: G4S Cash Solutions), 80% nel caso di pagamenti presso i punti fisici di vendita o POS (fonte: BCE) e ad oltre il 50% in termini di valore (ibid.).

Su oltre 7.500 miliardi di euro, nell’eurozona il denaro contante rappresenta ormai meno del 10% del circolante complessivo, ma è utilizzato nel 60% delle transazioni.

Da questi numeri si evince come il denaro fisico sia uno strumento apprezzato e diffuso specialmente per i pagamenti e i risparmi di piccolo importo. Viceversa, il denaro virtuale è apprezzato nella misura in cui la smaterializzazione del denaro consente di ampliarne ed estendere gli impieghi. La sua introduzione ha, ad esempio, facilitato enormemente il commercio a distanza, la diffusione degli investimenti, lo sviluppo dei servizi finanziari e bancari e la gestione dei patrimoni monetari.

Le differenze sostanziali tra denaro fisico e denaro virtuale fanno sì che i due sistemi si completino a vicenda per offrire agli utilizzatori un ventaglio di soluzioni diverse adatte a risolvere problemi diversi. Osserviamone alcune:

Denaro fisico Denaro virtuale
Non ha bisogno di infrastrutture. Esiste solo in forza di una infrastruttura tecnologica dipendente da terzi (energia elettrica, reti telematiche, server di dati, applicativi informatici ecc.).
Non ha costi di gestione per chi lo utilizza. Ha un costo di gestione.
È gestibile solo in quantitativi limitati. Può essere gestito senza limiti di quantità.
Può essere utilizzato anonimamente. È sempre tracciabile e associabile a chi lo utilizza.
È al portatore, quindi è più difficile provarne la proprietà. È associato esplicitamente al proprietario.
È detenuto e controllato dal proprietario. È detenuto e controllato da altri.
È soggetto a usura, distruzione, perdita. Non si logora, non può essere fisicamente distrutto né perso.
È difficile da trasferire. Può essere trasferito con facilità e velocità, anche in luoghi remoti.

Fino a pochi anni fa le due soluzioni si sono sviluppate e diffuse secondo logiche di mercato, in base cioè alle preferenze, alle abitudini e alla comodità dei consumatori di volta in volta liberi di scegliere a quale strumento monetario affidarsi per i pagamenti, l’investimento e il risparmio. Più recentemente il legislatore è entrato a gamba tesa in questo mercato promuovendo attivamente la diffusione del denaro virtuale a scapito di quello fisico. In Italia, ad esempio, si sono succeduti a partire dal 2008 una serie di provvedimenti per limitare l’uso del contante: inizialmente fissando la soglia massima dei trasferimenti a 12.500 euro (D.L. 112/2008), poi a 5.000 (D.L. 78/2010), quindi a 2.500 (D.L. 38/2011), a 1.000 (D.L. 201/2011) e infine a 3.000 (L. 208/2015).

Nel frattempo si inaugurava, anche nel resto del mondo, una «guerra al contante» accompagnata dall’esplicito auspicio della sua abolizione, per realizzare una «società cashless» dominata dalla moneta virtuale.