#Denaro, #SìCash

#SìCash parte I: Il denaro

Con questo articolo si apre una serie di capitoli di approfondimento sul tema della lotta al contante in cui si esporranno le lacune logiche e fattuali che la animano, con rimandi a documenti e analisi di settore. Il primo capitolo riguarda il denaro: che cos’è, a cosa serve e perché è importante non cederne il controllo a terzi.

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Nella nostra società il denaro non è un accessorio, ma lo strumento indispensabile di un’economia in cui miliardi di persone possono scambiarsi facilmente i beni e i servizi di cui hanno bisogno. La facilità degli scambi crea nuovi bisogni e nuove specializzazioni che alimentano il progresso tecnologico, scientifico e culturale, e quindi lo sviluppo della civiltà.

Il denaro è anche una riserva di valore. Può essere accantonato nel risparmio per soddisfare i propri bisogni nei periodi di scarso reddito o per procurarsi beni di grande valore – ad esempio una casa – o investito per realizzare obiettivi non immediatamente utili o redditizi: l’apertura di un’azienda, la costruzione di industrie e infrastrutture, un corso di studi ecc.

Il denaro è infine l’unità di misura universale del valore di scambio. Tutto ciò che può essere scambiato ha un prezzo espresso in denaro. Ma qual è il prezzo del denaro? Quanto costano i soldi? Per molti secoli il suo valore ha coinciso con quello dei metalli preziosi con cui era forgiato, sicché il denaro era a sua volta un bene il cui prezzo corrispondeva al suo valore di scambio. In seguito, con l’introduzione delle banconote, il valore nominale stampato su ciascun biglietto poté essere convertito presso l’autorità che lo aveva emesso in una quantità di metallo prezioso di pari prezzo. In questa fase (gold standard) i governi non potevano stampare quantitativi di denaro di valore superiore a quello, reale, delle riserve in oro che custodivano nei loro forzieri.

Nei sistemi monetari moderni, invece, il denaro non ha alcun valore in sé. Abbandonato il «gold standard», è oggi un’astrazione, un servizio pubblico, un numero inventato e potenzialmente illimitato il cui corso dipende semplicemente dal fatto di essere accettato da tutti i membri di una comunità come mezzo di pagamento. Il suo valore, oggi libero da riferimenti fisici, è determinato dal mercato secondo la legge della domanda e dell’offerta: se una valuta è molto ricercata – se ad esempio lo Stato che la emette esporta molti beni – il suo valore cresce. E viceversa.

Nei sistemi monetari moderni, il denaro non ha alcun valore in sé.

Il denaro oggi non costa praticamente nulla a chi lo crea. Ma è un bene prezioso, irrinunciabile per chi lo utilizza. Non vale in sé nulla, ma può essere scambiato con qualsiasi cosa abbia un prezzo. Lo si può addirittura comprare con altro denaro, ad esempio prendendolo in prestito da una banca. Ciò comporta un potere e una responsabilità enormi per chi produce e mette in circolazione il denaro.

Perché il denaro non è un’opzione. Non esiste alternativa al denaro. Al giorno d’oggi non solo tutto può essere scambiato in denaro, ma quasi tutto deve esserlo: le tasse, le multe, le bollette elettriche e del riscaldamento, gli immobili e in generale tutto ciò che è prodotto e messo in commercio da operatori professionali. L’unico modo per vivere nel mondo contemporaneo senza denaro è vivere con il denaro… di qualcun altro.

Questa centralità e questa onnipresenza conferiscono al denaro una quarta proprietà, collaterale ma non meno importante delle altre. Se al soddisfacimento di ogni bisogno corrisponde una transazione in denaro, il denaro che entra ed esce quotidianamente dalle nostre tasche lascia dietro di sé una traccia, una fotografia che ritrae la nostra vita fin nei dettagli più intimi. Se potesse parlare, racconterebbe di noi non soltanto i consumi ma anche abitudini e gusti, vizi, personalità e segreti: che cosa e quanto mangiamo, quali libri leggiamo, in quali luoghi viaggiamo, quante sigarette fumiamo, quali locali frequentiamo e che cosa beviamo, come ci vestiamo, quali farmaci assumiamo ecc. I movimenti di denaro restituiscono un ritratto, una radiografia della nostra esistenza.

Si legge spesso che «data is the new gold», i dati sono il nuovo oro. I colossi del web non addebitano agli utenti i loro servizi – email, social network, mappe, motori di ricerca ecc. – ma ne coprono i costi vendendo i dati sul loro utilizzo ad aziende e agenzie pubblicitarie. È un giro d’affari di miliardi. Anche i governi raccolgono informazioni riservate sui cittadini, propri o di altri paesi: nei casi migliori per contrastare il crimine, nei peggiori per colpire i dissidenti e gli avversari politici. Spesso, anche nella storia più recente, per entrambi gli scopi.

Nelle società contemporanee chi controlla i flussi di denaro controlla ogni cosa. Ed esercita su ogni cosa un potere straordinario destinato ad accrescersi di pari passo con quel controllo: se chi crea il denaro tiene in pugno i destini economici degli Stati, chi ne regola l’uso e il possesso tiene in pugno le vite dei singoli cittadini. E chi sa interrogarne la storia tiene in pugno l’intimità di ciascuno, ne scandaglia i segreti, ne cataloga l’esistenza. Questo potere, se male utilizzato, può tradursi in abuso e in leva di persecuzione.

Se chi crea il denaro tiene in pugno i destini economici degli Stati, chi ne regola l’uso e il possesso tiene in pugno le vite di tutti.

Nelle nostre società ci si interroga spesso su come distribuire più equamente il denaro, ma quasi mai ci si pone il problema, necessariamente precedente, delle intenzioni e delle responsabilità di chi lo controlla. Quel controllo, per gli enormi poteri che esso comporta, non può essere ciecamente delegato. È necessario che i cittadini ne reclamino a sé una parte affinché il denaro sia sempre più un servizio a beneficio di tutti e sempre meno un’arma a disposizione di pochi.